L’Unione Europea alla sfida del Covid-19


19 Aprile 2020
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L’irruzione del Covid-19 ha determinato la più grave emergenza sanitaria dell’ultimo secolo. Una crisi senza precedenti che sta producendo conseguenze drammatiche in grado di segnare a lungo il mondo globale. Il timore fondato è di trovarsi di fronte ad un evento epocale, capace di trasformare la stessa dimensione antropologica e sociologica che ha connotato gli stili di vita delle società fino ad ora: un fatto storico, che impone risposte all’altezza dell’enormità dei problemi che introduce.
Eppure, i termini del dibattito tra le Istituzioni dell’Unione Europea e le classi dirigenti dei singoli Stati sembrano assomigliare a quelli cui si assiste da diverso tempo. Le posizioni fin qui assunte appaiono abbastanza legate al contingente ed ispirate al pensiero dominante che ha caratterizzato la fase antecedente questa crisi.
Va, senza dubbio, dato atto alle Istituzioni europee di aver messo subito in campo alcune misure importanti, capaci di rispondere ad alcune esigenze immediate. Si pensi allo scudo di 750 miliardi di euro attivato dalla BCE, con un programma speciale di acquisti dei titoli nazionali; alle iniziative della Commissione europea per assicurare le forniture necessarie ai sistemi sanitari; allo SURE, uno strumento di solidarietà a lavoratori ed imprese, per attivare una linea di credito al fine di contenere e contrastare gli effetti della disoccupazione; alla sospensione del patto di stabilità e di crescita, attraverso la clausola di salvaguardia che consentirà ai bilanci nazionali di oltrepassare il limite del 3% (del rapporto deficit/pil) e di consentire ai governi un margine più ampio di intervento. Questo, a conferma di quanto l’esistenza di Istituzioni autenticamente sovranazionali e comuni siano utili a garantire misure tempestive ed efficaci.
Parallelamente, il Consiglio Europeo, ad oggi, non ha ancora raggiunto un’intesa complessiva per costruire una risposta comune ed efficace alla crisi. L’impressione è che, all’esito di estenuanti trattative, un accordo arriverà su strumenti in grado di comporre gli interessi contrapposti dei Paesi membri. Come, ad esempio, dando forma e sostanza al Recovery Fund suggerito dall’Eurogruppo, ossia un Fondo finalizzato a favorire una ripresa coordinata dell’economia dell’Unione Europea.
Tuttavia, mai come in questa fase, il metodo e la qualità delle scelte saranno più rilevanti e decisive degli stessi contenuti. C’è da chiedersi se esse riusciranno ad essere finalmente il risultato di un significativo cambio di paradigma, di una più marcata spinta comunitaria, dentro un disegno più ampio, intriso di visione politica. Ci si riferisce a quella stessa visione che portò, sulle macerie del secondo conflitto mondiale, alla nascita della CEE, della CECA e dell’Euratom, e che portò su altre macerie, quelle del Muro di Berlino, a varare la Moneta Unica, con una significativa rinuncia ad un pezzo di sovranità.
La pandemia pone l’Europa, il suo popolo e la sua classe dirigente di fronte ad un bivio: scrivere la Storia o restare arroccati ad un pericoloso status quo, che oggi comporterebbe un notevole arretramento, con il rischio concreto di un processo di disgregazione. Oppure, ci sarebbe un’ulteriore strada, l’uscita dall’Unione di alcuni Stati, che stavolta coinvolgerebbe non un Paese che al processo di integrazione ha partecipato mal volentieri, come il Regno Unito, ma Paesi come l’Italia, che dell’Europa è un membro fondatore. A parere di chi scrive questo rappresenterebbe un salto nel buio non auspicabile neppure in tempi di crescita.
Ultimamente, una delle personalità più autorevoli dell’economia mondiale, Mario Draghi, dalle colonne del Financial Times, ha offerto all’opinione pubblica un’analisi spietata quanto realistica circa le conseguenze dell’emergenza che sta aggredendo il mondo, evidenziando come essa colpisca in modo simmetrico e senza alcuna colpa per i Paesi. Il monito di Draghi contempla un futuro complesso, con una necessaria convivenza con debiti pubblici più elevati per sostenere famiglie ed apparati produttivi. Una prospettiva che chiaramente impone Istituzioni più forti e capaci di assumere decisioni politiche adeguate ai tempi, sottolineando altresì come «The cost of hesitation may be irreversible».
Uno sforzo immane, in grado di riscrivere i contenuti delle categorie politiche, culturali e sociali che abbiamo imparato a declinare nell’ultimo secolo, retto da un virtuoso compromesso tra stato sociale e democrazie liberali. Per i Paesi europei, l’orizzonte dentro cui collocare tale sforzo non può che essere quello comunitario e tendere verso due obiettivi prioritari: una più forte legittimazione democratica dei processi istituzionali ed un coraggioso e deciso passo in avanti verso una più approfondita integrazione europea, che conduca progressivamente anche ad un’ulteriore cessione di sovranità.
Due obiettivi da perseguire, inevitabilmente, di pari passo: quanta più sovranità si deciderà di “cedere” all’Unione, tanto più potere di controllo andrà conferito ai cittadini. Fino a qualche mese fa, il processo di completa riscrittura delle coordinate geopolitiche in atto rendeva non più pensabile che le politiche di difesa, le politiche di accoglienza, le politiche fiscali, le politiche ambientali potessero restare negli angusti perimetri statali. Oggi tale percorso di impegno, più che ideale, risulta necessario.
Nelle prossime settimane, il sentiero tra il salto di qualità o la precipitazione verso il baratro sarà strettissimo, percorribile solo da una politica alta, in grado di cambiare i destini dell’uomo.
Nel medio periodo, l’emergenza virale che oggi costringe il mondo a rinchiudersi in casa sarà alle nostre spalle, ma non lo saranno i suoi effetti. Altre emergenze potrebbero manifestarsi in avvenire e sconvolgere la vita delle società. Questa consapevolezza dovrebbe spingere a creare più robusti anticorpi, attraverso la costruzione di dimensioni politiche, anche spaziali, all’altezza dell’impresa.
Per quello che riguarda noi cittadini europei, ciò passa per la definitiva ed irreversibile scelta di consolidamento dell’Unione, il soggetto grazie al quale, fino ad ora, milioni di persone hanno conosciuto la più significativa espansione della tutela e del riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali.

Dott. Giovanni Matteo Centore

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