Eurobond ed emergenza Coronavirus


23 Aprile 2020
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L’Italia è il paese dell’area della moneta unica europea che soffrirà di più la crisi economica causata dal coronavirus. L’emergenza sanitaria finirà. Non conosciamo ancora tempi e modi, ma nel medio periodo essa sarà alle nostre spalle. Non sarà così per i suoi effetti economici, sociali e perfino antropologici, che potrebbero assumere caratteri sistemici e condizionare molto a lungo le nostre società e i nostri stili di vita. A questo si aggiunga che non ci sono elementi per poter escludere che, tra qualche tempo, non possano irrompere altre emergenze, sanitarie o ambientali, anche più gravi. E, quindi questa una di quelle rotture della storia di fronte alle quali l’uomo deve riappropriarsi del suo destino. Una sfida enorme che segnerà la cifra, in molti casi la nascita, delle classi dirigenti e delle culture politiche. Non sono ammesse scorciatoie. E’ chiaro che la pandemia e le misure di contenimento del contagio adottate in tutto il mondo determineranno una profonda recessione in conseguenza della scomparsa dei redditi generati da quelle attività e del blocco di una parte importante dell’attività produttiva. Il prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Ue dovrà riflettere l’effetto di questa crisi e la portata delle sfide future, stabilendo le giuste priorità, per consentire agli Stati membri di affrontare efficacemente le conseguenze della crisi del coronavirus, sostenere la ripresa economica e garantire che la coesione all’interno dell’Unione sia mantenuta attraverso la responsabilità, la solidarietà e l’equità. Gli eurobond sono richiesti con insistenza da paesi come Italia, Francia e Spagna, con l’approvazione di numerosi commentatori ed economisti e della Commissione Europea; la loro introduzione viene invece respinta dai governi di paesi come Germania, Paesi Bassi e AustriaLa salute è il bene primario, ed ogni contributo affinché si possano alleviare e contrastare le conseguenze dell’epidemia è cruciale. Mai nella storia della Repubblica ci si è trovati ad affrontare una crisi sanitaria, sociale ed economica di queste proporzioni. Il pensiero va ai malati ed alle loro famiglie, ed agli eroi che ogni giorno lavorano con rischi enormi per la loro cura in tutto il Paese e specie nelle regioni che soffrono le conseguenze più dure. Le relazioni sociali ed economiche sono colpite in modi gravi, imprevedibili fino a poche settimane orsono. I consueti comportamenti individuali e collettivi, le relazioni tecnologiche tra fattori produttivi ed output, i meccanismi consolidati di trasmissione delle politiche pubbliche, i rapporti internazionali di scambio, sono alterati ed in alcuni casi del tutto saltati. Più che quello di prevedere il futuro, questo è il tempo di agire affinché il nostro Paese, la nostra società, possano affrontare adeguatamente questa fase drammatica e risollevarsi quando l’emergenza sanitaria sarà mitigata. Occorre tutelare il tessuto produttivo e sociale della Nazione, lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti e senza lesinare risorse in questo momento per garantire il benessere futuro. Occorre agire subito, senza tentennamenti o resistenze: altri paesi si stanno già muovendo in questa direzione. Nessuno conosce, ad oggi, la dimensione complessiva degli interventi necessari, che saranno comunque massivi e che saranno condizionali agli sviluppi sanitari ed economici. Ma a tutti è chiaro che solo mettendo in sicurezza i cittadini e le imprese, la recessione attuale potrà non tramutarsi in una depressione economica prolungata. Molte previsioni sono concordi nell’affermare che si avranno riduzioni del PIL maggiori di quelle causate dalla crisi finanziaria globale del 2008, e che esse non saranno transitorie. In tutti i paesi la combinazione della caduta significativa del PIL e degli aumenti di spesa pubblica e riduzione delle tasse per fronteggiare l’emergenza faranno lievitare il rapporto tra deficit e PIL e tra debito pubblico e PIL. L’emergenza sanitaria imporrà a tutti i Paesi europei incrementi straordinari della spesa pubblica per fronteggiare le conseguenze economiche che il coronavirus porterà con sé. La soluzione economica è l’emissione di debito pubblico attraverso obbligazioni garantite dall’Ue. Il progetto degli Eurobond non nasce oggi in piena emergenza sanitaria. La creazione di un mercato paneuropeo delle obbligazioni è sul tavolo dell’Unione europea dal 2016 ed era stato avanzato da diversi economisti come una possibile via di uscita alle manovre di Quantitative Easing per sostenere l’economia Ue. La proposta della nascita di un mercato e di prodotti che puntano sulle obbligazioni paneuropee è gradita ai grandi investitori europei e, in particolare, è sostenuta da tempo da Assogestioni, l’associazione che riunisce le case di investimento di fondi presenti in Italia, secondo la quale le obbligazioni paneuropee dovrebbero essere degli European Safe Bond (ESB) emessi dalla Banca europea per gli investimenti (BEI) o da un’agenzia europea costituita ad hoc, che dovrebbero avere come collaterali bond governativi emessi dai singoli Stati membri con un’emissione in due tranche: una senior e una junior. Secondo la proposta di Assogestioni che risale al 2017, solo in questo modo sarebbe possibile interrompere la catena che ha mosso fino a oggi il mercato obbligazionario, con i gestori che hanno sempre cercato la sicurezza in Germania e il rendimento in Italia, e si spezzerebbe la catena che vedrebbe così legati il Paese emittente e il proprio sistema bancario. Le condizioni di mercato rispetto al 2017 e con l’arrivo del virus sono mutate e la funzione degli Eurobond non sarebbe più solo mettere in sicurezza l’economia, ma farla ripartire aumentando il debito dei Paesi membri dell’Ue. Per questa ragione la Germania e diversi altri Paesi dell’Europa settentrionale, in primo luogo l’Olanda, sono contro gli Eurobond. La ragione è sia politica sia fiscale: le aliquote attuali rendono Paesi come l’Olanda, l’Irlanda, l’Austria e il Lussemburgo, per esempio, dei paradisi fiscali, mentre la Germania, grazie allo spread, ha un debito più appetibile degli altri Paesi Ue. Queste economie forti per costituzione nonostante il virus non vogliono condividere il debito con gli altri Paesi Ue più deboli. Tra i deboli ci sono 9 stati europei (tra cui Italia, Francia, Spagna e Belgio) che sostengono fortemente l’emissione di Eurobond per far fronte alla crisi, facendo una concessione ai forti: la non mutualizzazione dei debiti pubblici pregressi. La richiesta primaria è di dotare l’Unione europea di risorse sufficienti per garantire un Rescue plan sanitario, economico e sociale, gestito dalle istituzioni europee. Il confronto tra i Paesi dell’Unione europea proseguirà nelle prossime settimane e non si esclude nulla, tra cui anche la ripresa dei Coronabond che potrebbero diventare European recovery bond, ma ripartirà esattamente da dove è iniziata: l’Europa è divisa tra Nord e Sud, tra chi vuole condividere risorse e rischi e chi invece preferisce gestirsi le crisi da solo. L’emergenza sanitaria rischia di scoprire nuovamente le debolezze strutturali dell’UEM. Debolezze che si rivelano in tutta la loro importanza in Stati come l’Italia, per la quale non esiste la possibilità di finanziare a deficit spese emergenziali con il sostegno di una banca centrale dotata di pieni poteri. In queste condizioni, se la situazione dovesse aggravarsi, l’unico esito immaginabile sarebbe quello di un costante aumento dei tassi d’interesse sui titoli di stato italiani, che a sua volta incrementerebbe sempre più il rischio di insolvenza del Paese. Gli Eurobond dovrebbero funzionare come medicine per il lockdown economico. Si tratta di obbligazioni emesse congiuntamente dagli stati membri dell’Ue e garantite da tutti i partecipanti all’Eurozona. Chi chiede l’introduzione degli eurobond chiede che venga istituito un nuovo tipo di titolo di debito pubblico – come i titoli di stato, che l’Italia vende per ottenere denaro in prestito – il cui rimborso sia garantito non da un singolo stato ma da tutti i paesi dell’euro. Denaro che servirà per acquistare materiale sanitario, ma anche per sostenere i redditi delle famiglie ed evitare fallimenti aziendali che provocherebbero una crisi economica a spirale. Ma la capacità di indebitamento, all’interno dell’Eurozona, incontra molti più vincoli rispetto a quella degli altri Paesi. Alla Banca centrale europea, infatti, è fatto esplicito divieto di acquistare direttamente titoli di debito pubblico di nuova emissione. Finora gli sforzi profusi dalla Bce attraverso il Quantitative easing hanno permesso di comprimere i tassi d’interesse sulle emissioni di titoli di stato, garantendo un cospicuo risparmio in termini di spesa per interessi da parte gli Stati. In particolare, per quei Paesi ad elevato debito pubblico come l’Italia, ai quali gli investitori richiederebbero un premio al rischio più elevato. Il rialzo dello spread italiano, in questa fase, riflette la crescente diffidenza degli investitori sulla capacità di sostenere il peso di un debito crescente, a fronte delle spese straordinarie che il governo sta affrontando e della recessione che aspetta l’Italia.

Proff. Dott. Antonio Rosario Centore

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