Brexit: Vecchie speranze infrante!


20 Febbraio 2020
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È la mezzanotte del 31 gennaio 2020 l’accordo di recesso è entrato in vigore. Il Regno Unito non è più uno stato membro dell’Unione Europea ed è considerato un paese terzo. La sua bandiera, la Union Jack, è ammainata prima di essere rimossa dalle sedi istituzionali europee. I 73 eurodeputati britannici abbandonano lo scranno dell’aula legislativa. D’ora in avanti, nella nuova anatomia delle adunanze Parlamentari, si conteranno 705 costole rectius deputati. Il coro europeo ha una voce in meno.
È trascorso poco più di un anno dall’ultimo tentativo ad opera della Corte di Giustizia di scongiurare l’uscita del Regno Unito dall’UE.  Il 10 dicembre del 2018, l’Europa ha ancora un anno davanti a sé prima di congedare la Nazione -membro fra le più diffidenti dell’Unione. In un clima di convulse trattative e timidi ripensamenti- poi ritrattati- la Corte di Giustizia dell’Unione emette, attraverso una sentenza pregiudiziale, nella causa C- 621/18, Andy Wightman e a. contro Secretary of State for Exiting the European Union   il suo ultimo gemito di dolore. L’articolo 50del TUE, per i giudici d’oltralpe, ammette la revocabilità della Brexit. A ben vedere, il testo normativo che così afferma: ‘’ Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. […] ‘’ è incentrato, più che altro, sul meccanismo di separazione dalla compagine comunitaria subordinato alla notifica dell’intenzione di recesso da far pervenire a Bruxelles. L’uso dell’espressione «intenzione» al par. 2 della norma in esame non è casuale e confermerebbe proprio la possibilità, perlomeno implicita, per ogni Stato membro di invalidarla prima dell’entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, prima della scadenza del periodo di due anni decorrenti dalla notifica anzidetta.
Se è vero infatti che in una ‘’intenzione ‘’ è insita la non definitività di una decisione, è altrettanto vero che l’UE è costituita da Stati che volontariamente vi hanno aderito, pertanto, uno Stato membro non può essere costretto a recedere – o, analogamente, ad aderire né a trattenersi- dall’Ue contro la propria volontà. Il ripensamento è dunque un atto legittimo che consacra il potere di scelta di uno Stato indipendente e sovrano. Tale sovranità, non va dimenticato, è assoggettata unicamente alla volontà di chi la detiene e postula una stretta aderenza al risultato della consultazione referendaria del 23 giugno 2016.
Il 2020 sarà quindi ricordato come l’anno ufficiale di transizione. Una parentesi che durerà fino al prossimo 31 dicembre utile non solo a ridefinire le relazioni future tra L’Unione e l’ex affiliata Gran Bretagna ma a consentire altresì un progressivo adeguamento alle condizioni stabilite nell’accordo di recesso. Quest’ultimo si è concluso a nome dell’UE dal Consiglio, che ha deliberato a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. La procedura seguita è presidiata dall’art. 218, par. 3, TFUE disponendo che dopo la pubblicazione dei principi generali da parte del Consiglio Europeo, la Commissione esprime le sue raccomandazioni per l’avvio delle contrattazioni mentre il Consiglio adotta le direttive di negoziato a maggioranza qualificata con il 72% degli Stati che rappresentino almeno il 65% della popolazione, con l’esclusione dei ministri e dei cittadini dello Stato recedente come sancito dall’art. 50, par. 4.
Nelle more di questo lento addio, è facile richiamare alla mente la bourrée delle proroghe. Il bisogno di ritardare l’uscita che, al netto delle questioni di politica interna, non poteva che essere letto Corte di Giustizia come una spia di ingranaggio: avvalersi di tempo supplementare per meglio ponderare i termini e le condizioni emancipatorie. Un’ interpretazione, questa, intesa ad esorcizzare la paura di un progressivo sfaldamento della struttura comunitaria e che forse voleva le istituzioni europee impegnate in una struggente supplica al remain.
Ma se le acrobazie nomofilattiche di Strasburgo non sono valse ad invertire la rotta della Brexit, un’ultima speranza c’è: l’ultimo paragrafo dell’art. 50 del TUE consente allo Stato affrancato di tornare sui propri passi stavolta ad un prezzo più alto. Non sarà più sufficiente, infatti, come era richiesto prima della scissione, ritirare la notifica di recesso. Già la cd. clausola ghigliottina di cui al par. 3 del richiamato art. 50 intende responsabilizzare il Paese che lascia spirare infruttuosamente, vale a dire senza accordo, il noto termine biennale. Per cui, all’inerzia bastevole per essere estromessi dal mercato e dalle dogane comuni equivale l’attivazione della procedura ai sensi dell’art. 49 del Trattato che veicola l’espressa volontà di rientrare a far parte della membership europea.
Agli albori di questo non semplice distacco l’unica cosa che è possibile dire con certezza è che, in base all’ European Union (Withdrawal) Act la Brexit comporterà la neutralizzazione dell’efficacia diretta delle norme dell’Unione a partire dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Saranno in più disconosciuti, com’è ovvio, i ricorsi sulla base del principio cristallizzato nel 1991 dalla sentenza Francovich del risarcimento del danno in casi di mancato adeguamento della normativa interna alle disposizioni comunitarie senza più soggiacere alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea, invero, già ricusata insieme all’adesione all’Eurozona ma non dispensabile in caso di violazione delle disposizioni relative alla protezione dei diritti dei cittadini UE residenti nel Regno Unito incorporate ex nunc nel diritto britannico pertanto suscettibili di applicabilità diretta ed immodificabili ad opera di una legge ordinaria. Sarà poi compito dei tribunali britannici assumerle come paradigma ermeneutico restaurando altresì le pronunce della CGUE segnatamente in caso di incertezza, avvalendosi della pregiudiziale comunitaria per un periodo di 8 anni dall’entrata in vigore dell’accordo di recesso.
Quanto alle ripercussioni sui cittadini europei, costoro avranno a disposizione un breve intervallo di latenza europea prima di abituarsi agli effetti di un evento senza precedenti nella storia continentale. Le prime conseguenze sul piano pragmatico vanno dalla obbligatorietà di munirsi di un passaporto per l’ingresso in territorio britannico o almeno di un visto turistico o di studio per coloro che vorranno soggiornare per un lasso di tempo superiore ai 3 o 6 mesi. Restano immutati i diritti di residenza di lavoratori e liberi professionisti, diritti di riconoscimento di qualifiche professionali, diritti di prestazioni sanitarie, sociali e pensionistiche dei Cittadini UE già residenti nel territorio britannico assicurati dai non rinnegati principi di parità di trattamento e di non discriminazione ulteriormente garantiti dal doppio controllo della Commissione europea e di un’autorità indipendente esercitato per un periodo di otto anni a partire dall’exit day non senza  consentaneo avvio ed intensificazione di apposite campagne di informazione per i cittadini sulla salvaguardia dei loro diritti che incoraggino l’UE ad adottare misure che garantiscano la certezza del diritto ai cittadini del Regno Unito residenti nel territorio degli Stati membri. All’opposto, a partire dal 2021 le porte dell’occupazione resteranno sprangate per i lavoratori comunitari sprovvisti di un’accurata conoscenza della lingua inglese e di qualifiche professionali di altro profilo con priorità assoluta per coloro che vantano una preparazione accademica. Un contrafforte all’inserimento delle risorse umane locali destinato falcidiare l’esodo impiegatizio o formativo cresciuto in modo esponenziale nell’ultimo decennio.
L’acquisto dello status di residente sarà invece subordinato al rilascio di un permesso di permanenza per coloro che vi soggiornano da meno di cinque anni.
Saranno predisposti dei controlli di frontiera, fisicamente collocati nel mare dell’Irlanda del Nord, (cd. backstop) a poco rileva che proprio quest’ultima insieme alla Scozia si è sempre schierata a favore della partnership comunitaria. L’attuale regime doganale rinnovabile ogni quadriennio dall’Assemblea parlamentare dell’Irlanda del Nord, prevede un allineamento della legislazione agli standard europei per i settori della allocazione di merci, per le norme sanitarie e fitosanitarie e sulla produzione/commercializzazione dei prodotti agricoli, ancora sull’IVA e sulle accise e le disposizioni in che governano la disciplina sugli aiuti di Stato, politiche sociali e del lavoro, l’ambiente, il cambiamento climatico, la politica fiscale (level playing field) per vincere i futuri squilibri nel gioco della concorrenza tra gli Stati.
Verranno imposti dazi per le aziende italiane che intendono commerciare con l’Inghilterra non trovando più applicazione uno dei pilastri su cui si fonda l’UE: la libera circolazione di mezzi e capitali. Inoltre, la reintroduzione di dazi doganali – unitamente al rischio di un ripristino degli adempimenti burocratici negli scambi – potrebbe comportare un surplus di spesa per chi acquista prodotti e servizi provenienti dal mercato made in UK, senza contare la defezione delle norme su sicurezza, salute, certificazioni di qualità.
Con riferimento alla problematica del trasferimento dei dati, sarà applicabile, il luogo del GDPR il Regolamento Europeo 2016/679, ovvero trasferimento di dati verso paesi terzi, che nell’ipotesi della hard Brexit non potrà fondarsi su una presunzione di adeguatezza come avviene per il Privacy Shield tra USA ed UE, ma dipenderà dal grado di adeguatezza delle garanzie fornite dal Titolare del trattamento dati. La sola moneta accettata per le transazioni sarà la sterlina da convertire in euro -33 milioni per l’esattezza! – a titolo di penale per il recesso.
Non da ultimo, prima di recarsi a Londra sarà necessario stipulare un’assicurazione sanitaria a copertura delle spese d’accesso negli ospedali pubblici inglesi, dato che la tessera europea non sarà più capace di garantire un’assistenza medica in terra anglosassone. Un sovraccarico di oneri che battono all’impazzata sull’incudine economica europea, e che sono destinati ad interagire in questo momento storico con l ‘emergenza sanitaria provocata dalla diffusione del virus cinese ‘’corona’’. Ecco come la vecchia Europa si ritrova mutilata di un bel braccio di popolazione rectius contribuzione che incide in negativo sul bilancio unitario.
Giova ricordare che la data ufficiale per l’avvio delle trattative sulle questioni rimaste in sospeso è il 3 Marzo 2020. I sotto-accordi però, non sono una conditio sine qua non per rescindere definitivamente il vincolo con l’UE.  Infatti, per effetto della cessazione dell’applicazione dei Trattati, in veste di paese terzo, il Regno unito può rifiutarsi di negoziare con l’Unione. Peraltro, in un clima di frenesia normativa imposto dalla necessità di sostituire la normativa Ue non più applicabile Oltremanica, l’insuccesso delle intese o la negazione della proroga della fase di transizione potrebbe riaprire di default lo scenario del temuto ‘’no deal’’ il quale non si ispira a nessuno dei modelli attualmente adottati dall’Unione europea, ad esempio nei rapporti con la Svizzera, con la Norvegia o la Turchia, e che non prevede forme di parziale appartenenza all’Unione come la partecipazione al mercato comune.
In siffatto caso, a partire dal 1° gennaio 2021 le relazioni commerciali tra UE e Regno Unito saranno regolate dalle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio, con l’applicazione della clausola della “nazione più favorita” secondo la quale ogni Stato si impegna ad accordare a ogni altro lo stesso trattamento concesso a tutti i Paesi con cui non esistono specifici accordi commerciali bilaterali. Ciò aggreverebbe le condizioni dell’economia europea per effetto di un istantaneo peggioramento per i flussi di frontiera che rischiano di trovarsi impreparati nel prevenire significativi ostacoli e ritardi nel transito delle merci.
Dunque, quanto costerebbe abdicare ogni sorta di compromesso con l’UE?
Stando alle stime dell’OCSE, il Regno Unito patirebbe un decremento del PIL pari pari a 2-2,5% nei primi due anni, e nel primo anno una caduta degli investimenti privati del 9% con derivato un aumento dell’inflazione di ¾ di punto. L’effetto deflagrante si avvertirebbe nei paesi come Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca prepotentemente trainati dal commercio anglosassone. Meno in affanno i traffici con l’Italia, ad eccezione della filiera agricola intimidita dalla minaccia del nuovo protezionismo innescata dalla questione relativa alla gestione dei prodotti ittici: uno dei punti di maggiore frizione delle trattative in corso. L’esecutivo conservatore intende infatti garantire ai pescherecci inglesi il prioritario accesso alle acque nazionali; l’UE dal canto suo, reclama il “reciproco accesso ai mercati e ai mari” tra la Gran Bretagna e gli stati comunitari. L’accesso delle imbarcazioni nelle acque britanniche invocato dalle flotte comunitarie sembra proiettare un’ombra di antagonismo senza scrupoli dato che l’esecutivo in questione intende garantire ai pescherecci inglesi il prioritario accesso alle acque nazionali a scapito della reciprocità nello sfruttamento della fauna finora preservato dal sistema europeo della spartizione equa di quote marittime.
Tuttavia, dopo l’impennata positiva dell’ultimo decennio fruttata al mercato nostrano 12,31 miliardi di euro una moderata contrazione si registrerebbe in alcuni comparti quali auto, abbigliamento e calzature, ricoprendo il Regno Unito soltanto il quinto posto come destinatario di esportazioni ed il decimo come fornitore anche in vista del rafforzamento della tutela delle indicazioni geografiche nell’agro- alimentare, ambito in cui l’Italia detiene il più alto numero. L’accordo di recesso prevede infatti il mantenimento dell’attuale livello di protezione delle circa 3.000 denominazioni di origine e indicazioni geografiche protette degli Stati membri dell’UE, fintanto che non sia stato concluso un nuovo accordo nell’ambito delle future relazioni tra UE e Regno Unito.

Si può ancora sperare in un ravvedimento? Se Londra farà come il figliol prodigo non è dato saperlo, ma di sicuro: “Ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all’articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione. E per siffatti valori quali il rispetto della dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo stato di diritto; il rispetto dei diritti umani, inclusi i diritti delle minoranze; il rispetto di una società plurale e della non-discriminazione, la tolleranza, la giustizia e l’uguaglianza tra donne e uomini varrà sempre la pena ‘’ammazzare il vitello grasso’’.

Dr.ssa Donatella Zitiello

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